GUIDONIA – Sui social è durato meno di un gatto in tangenziale. Pubblicato e immediatamente rimosso (c’è da ipotizzare a seguito di ripensamenti propri o su consiglio di terzi). Sta di fatto, però, come avviene in casi analoghi, che il materiale digitale continui a circolare e sia praticamente impossibile farlo sparire dalla Rete. Così, il video della consigliera comunale Alessia Croce è finito su una serie indeterminata di dispositivi mobili, tra i quali quello di chi scrive. Si trattava della «reazione» scomposta di un pubblico amministratore, all’articolo apparso su questo sito d’informazione indipendente (Lavori pubblici sui marciapiedi privati di via dell’Unione, c’è l’interesse di un consigliere di maggioranza) giunta a distanza di 24 ore dalla pubblicazione. Ma prima di entrare nel merito dei contenuti del video, rientranti tra quelli considerati da consolidata giurisprudenza come intimidatori verso un giornalista nell’esercizio della sua funzione di informare tanto da integrare il reato di minacce, occorre tornare ai fatti: la causa di tutto. Facendo ulteriore chiarezza sulle circostanze raccontate nell’articolo.

Hanno fatto tutto da soli

L’attenzione del cronista veniva richiamata da alcune foto pubblicate lo scorso 9 febbraio sui profili social del Comune di Guidonia Montecelio e del sindaco Mauro Lombardo in particolare, che mostravano un mezzo meccanico e tre operai impegnati in via dell’Unione – pieno centro città – nel ripristino dell’asfalto sui marciapiedi. Dalla sequenza delle immagini, appariva chiaro che l’intervento avesse riguardato non soltanto la parte esterna di pubblica proprietà, ma anche i 4/5 metri lineari interni appartenenti a due private cittadine (rimaste generiche nell’articolo), prospicienti l’attività commerciale della stessa consigliera comunale e, per tale ragione «direttamente interessata» ai lavori di ripristino. Chi non vorrebbe vedersi tappare una buca sotto casa o davanti al proprio negozio? In buona sostanza, solo il normale esercizio del diritto dovere di cronaca da parte di un giornalista che valuta l’indubbio interesse pubblico di un determinato fatto e lo racconta. Anche il titolo riferito ai Lavori pubblici sui marciapiedi privati era pertinente, in quanto effettivamente quei lavori erano stati forniti dall’assessorato ai LL.PP attraverso il lavoro, l’uso di mezzi e di materiali acquistati dall’Ente presso una ditta aggiudicataria di un pubblico appalto. L’articolo, peraltro, non entrava troppo nel merito del perché una anomalia sufficientemente evidente si fosse verificata, né paventava l’esistenza di retroscena più o meno fondati su ipotesi di illegittimità o illiceità delle azioni compiute. Subito però si manifestavano le prime reazioni.

Excusatio non petita, accusatio manifesta

A difesa del corretto operato della consigliera – la quale, però, mai veniva associata alla ditta esecutrice e ai soldi pubblici spesi ma solo ai benefici ricadenti direttamente sulla sua attività imprenditoriale – scendeva in campo «il privato» proprietario di quei marciapiedi, palesandosi con le sue generalità e bollando il tutto come falsità, per di più preannunciando la più classica delle querele temerarie, nonostante l’articolo non riportasse menzione del suo nome e cognome.

La storia della presunta fattura

Il privato palesatosi a difesa della consigliera, forniva per di più alla vicenda ulteriori elementi ghiotti di novità. Raccontando che i lavori sui marciapiedi di sua proprietà, sarebbero stati da lei pagati alla ditta che operava per conto dei Lavori pubblici, a seguito di una contrattazione privata intercorsa «con la società Futura Srl», che le avrebbe addirittura rilasciato fattura. Informazioni che hanno permesso a chi scrive di accertare che effettivamente la società Futura Srl di Palestrina risultava incaricata in forza di un subappalto autorizzato dal Comune attraverso la aggiudicataria Anthea Hidragas Srl. Un sistema che, comunque la si veda, sembra sfuggire ai controlli della Trasparenza amministrativa. Se per paradosso, poi, l’azienda avesse accettato il pagamento di un privato mentre eseguiva lavori pubblici, sarebbero ancora tanti i punti da chiarire. Perché, ragionando in astratto, è vero che una ditta può lavorare per un privato confinante ma se i lavori avvengono contestualmente e con gli stessi mezzi e personale, possono entrare in gioco possibili conflitti, una presunta indebita utilità e perfino un rischio di danno erariale, in quanto i mezzi sono già mobilitati a carico del Comune e i costi fissi di cantiere già coperti dall’appalto. Occorrerebbe, quindi, accertare se nell’eventualità il Comune ne fosse stato a conoscenza, nelle posizioni del dirigente, del Rup e di tutte le figure professionali che hanno responsabilità dirette sui cantieri delle opere pubbliche. Insomma, comunque un gran pasticcio, sicuramente sotto il profilo amministrativo. 

Il video intimidatorio della consigliera

Chi scrive non ha mai sofferto di paure infantili, quando «l’uomo nero» veniva evocato dai genitori per convincere i più piccoli a non mangiare troppo pane e marmellata. Tantomeno soffre di particolari timori da adulta, nemmeno nell’ascoltare le parole «devi stare attenta, perché poi c’è il ritorno… quando arriva il corsaro nero a prendere le difese col mantello, eh!». Una frase nella sua pura essenza sconcertante se arriva da un profilo con responsabilità pubbliche. Il video è stato rimosso da Facebook  ma continua a circolare sui telefoni di mezza città. La consigliera Alessia Croce è esplicita nel rivolgersi direttamente al giornalista perché non ha gradito i contenuti dell’articolo (e questo sarebbe perfino legittimo) sono però i modi, i toni e la scelta delle parole a rimanere sbagliati. Un tentativo di intimidazione conclamato il suo? Ovviamente non andato a buon fine. Val la pena ricordare che la Cassazione ha già sentenziato che la frase «devi stare attento» rivolta professionalmente a un giornalista, integra il reato di minacce (art. 612 c.p.). Non è nemmeno necessario l’effettivo intimidimento della vittima, bastando la potenzialità di limitarne la libertà psichica, specialmente se pronunciata in relazione alla libertà di stampa. Non è necessario che il giornalista si sia sentito effettivamente intimidito o abbia avuto paura, «basta che la frase sia idonea a incutere timore in una persona media». Sentenza n. 22710/2017 della Corte di Cassazione, giunta a tutela della libertà di manifestazione del pensiero e dell’esercizio del diritto di cronaca. La frase, pur non esplicitando un danno fisico immediato, implica una minaccia indiretta, ancor più grave se finalizzata a condizionare l’attività professionale del giornalista. (foto di copertina dalla pagina Fb del sindaco, mostra una continuità di intervento tra la parte esterna pubblica e quella interna privata). 

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua trentennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

2 Commenti
  • Franco Bongi

    Complimenti alla giornalista e applausi alla consigliera per aver utilizzato pro domo suo lavoro pubblico

    Febbraio 20, 2026
  • Leonardo Costantini

    Complimenti per l’articolo!

    Febbraio 20, 2026

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