IL «CASO» Alfredo Rampi, ovvero la prima e più lunga diretta televisiva della storia d’Italia. Trenta milioni di spettatori incollati allo schermo, 18 lunghe ore di speciali nei telegiornali Rai mandati in onda tra l’11 e il 14 giugno. Era il 1981. Un anno di fatti increbili, nefasti e gravi che si concentrarono per lo più nei mesi di maggio e giugno. Si cominciò il 13 maggio con l’attentato al Papa polacco Karol Wojtyla in piazza San Pietro; si proseguì con lo scandalo della P2. Conclamato con la decisione del governo di rendere pubblici gli elenchi degli iscritti alla società segreta per antonomasia. Ne seguiranno le dimissioni del presidente del Consiglio dei Ministri Arnaldo Forlani. E proprio quel 10 giugno, quando in serata il piccolo Alfredino Rampi di appena 6 anni precipita nel pozzo artesiano giù per 36 metri, in località Vermicino alle porte di Roma, si è indediato il primo governo a guida laica della storia repubblicana. Affidato dal Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, al repubblicano Giovanni Spadolini.

Dunque, proprio in quei giorni, il Paese vive uno stato di grave emergenza democratica. Le perquisizioni della Guardia di Finanza in uno stabilimento tessile dell’aretino hanno consegnato alla cronaca una delle pagine più buie della storia della Repubblica. Un elenco di nomi illustri. Giornalisti, politici, magistrati, alte autorità dell’Esercito e dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, delle Forze Armate hanno tramato contro lo Stato dall’interno di una società segreta passata alle cronache come Propaganda 2 del venerabile Licio Gelli. Il personaggio è controverso e nefasto, pressoché sconosciuto al momento, ma descritto negli atti giudiziari già noti come un fascista repubblichino che negli anni del secondo conflitto mondiale si macchiò di crimini contro l’umanità. In quei caldi giorni di giugno, il sequesto delle fiamme gialle, finisce alla Procura della Repubblica di Milano e, per il tramite del magistrato Gherardo Colombo (poi protagonista di mani pulite), a Roma, sul tavolo del Presidente del Consiglio, il democristiano Arnaldo Forlani. Le pressioni esercitate dalle fughe di notizie, soprattutto dall’interno del Corriere della Sera dove il direttore Franco Di Bella è presente nell’elenco, spingono il governo a rendere pubblici i nomi dei complottisti. Lo scandalo è senza precedenti. L’esecutivo si dimette.

Ma in quel 10 giugno del 1981 c’è un altro fatto a tenere vivo l’interesse delle cronache. Le Brigate Rosse, ancora attive, rapiscono Roberto Peci, il fratello del primo pentito delle Br Patrizio Peci, che in quei giorni collabora con il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa allo smantellamento dei «regolari» brigatisti irriducibili, che ancora si nascondono all’interno dell’organizzazione armata. Una attività investigativa che porterà agli arresti di Roma, quello stesso anno, di Valerio Morucci e Adriana Faranda, tra i carcerieri di Aldo Moro durante la prigionia del leader della Dc nel 1978. L’ esito del rapimento Peci sarà purtroppo tragico: la vittima verrà giustiziata e fatta ritrovare cadavere a Roma il 3 agosto del 1981.

Nei fatti di quei giorni, in cui la solidità delle istituzioni democratiche traballa nella somma di fatti straordinari e gravissimi, si colloca il dramma umano e privato di Alfredino Rampi e della sua famiglia. Il padre è un dipendente dell’Acea, la mamma, Franca Rampi, è casalinga. Una famiglia come tante del ceto medio italiano di quegli anni, che sogna per i figli un futuro migliore. Il bambino la sera del 10 giugno 1981 è a passeggio con il papà nella campagna di Vermicino a poca distanza da casa quando vuole la mamma e il padre lo lascia tornare indietro. Sono appena passate le 19.00 e da quel momento del bambino si perdone le tracce. Alle 21.30 viene allertata la polizia che arriva sul posto con i cani che oggi chiameremmo molecolari, batte la zona palmo a palmo fino ad un’area ricoperta da una lastra di eternit, da sotto la quale giunge una flebile richiesta d’aiuto. È Alfredino Rampi precipitato nel pozzo artesiano. Il propietario del terreno lo ha lasciato incustodito e ricoperto con la lastra ignorando l’incidente. Dopo qualche ora si chiede l’intervento dei viglili del fuoco. Nel turbinio delle decisioni che vengono assunte in quei momenti si cerca una trivella. Qualcuno suggerisce di mandare l’annuncio sulle televisioni private che in quegli anni trasmettono fino a tarda notte. Sono da poco passate le 4 del mattino quando un giornalista del Tg2 legge sulla televisione di casa la strana richiesta e decide di andare sul posto. Gira un servizio, intervista Franca Rampi, cala un microfono nella cavità e incide la disperata richiesta d’aiuto di Alfredino, imprigionato a 36 metri di profondità.

Il servizio viene mandato in onda nell’edizione delle 13.00 dell’11 giugno. Dal Tg1 il direttore Emilio Fede spedisce un inviato sul posto per l’edizione delle 13.30. Racconterà poi da grande giornalista col fiuto della notizia: decisi di sforare i tempi e mandai la diretta fino ad oltre l’orario del telegiornale. La pancia del Paese era a quel punto a Vermicino. Distratta dagli scandali di Stato. Piero Badaloni, all’epoca anchorman del Tg1, a distanza di anni avrebbe lasciato intendere che dietro la scelta del monopolio Rai di mandare ininterrottamente, e per quattro giorni, la diretta sul dramma del piccolo Rampi, ci fosse la necessità delle istituzioni di distogliere l’attenzione delle masse dai gravi fatti che in quei giorni misero a rischio la tenuta democratica dell’Italia. Con il «caso» Rampi, in fondo, cominciava la stagione del Riflusso e della ritrovata dimensione privata degli italiani, che vollero gettarsi definitivamente alle spalle un Paese spaventato, stordito, soffocato dal decennio più terribile della storia repubblicana: gli anni ’70. Il craxismo era già dietro l’angolo. L’odissea del piccolo Rampi terminò tragicamente domenica 14 giugno. Il suo corpo venne recuperato un mese dopo. Lo Stato non era riuscito a salvarlo.

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato.