Da 48 ore è sui giornali e tv di mezzo mondo. Famoso per avere mimato il gesto delle manette a quelli Pd: «Non mi faccio dare lezioni di moralità da chi ha i parenti agli arresti domiciliari», tuonava davanti a telecamere e taccuini dopo aver votato (in Giunta per le autorizzazioni a procedere) come Maurizio Gasparri e gli odiati berlusconiani contro la magistratura. Mario Michele Giarrusso, 53enne avvocato catanese, da due legislature parlamentare 5Stelle, amato nei rivoli di componente nella terza città del Lazio dove conta una folta schiera di seguaci, è personaggio colorito e diretto, uno che non si vergogna. Fu così quando all’indomani dello scandalo sui falsi rimborsi, alle Iene raccontò di fare la spesa per sé e famiglia con i soldi della Diaria perché «a Roma si deve pur mangiare». In un crescendo di popolarità, nei giorni scorsi si è trovato a fronteggiare la crisi d’identità del Movimento sull’affaire Salvini, il ministro salvato dal processo con i voti determinanti dei grillini. Proprio per Giarrusso, chiamato a difendere la ragion di contratto contro i valori e le regole, deve essere stato difficile trovarsi dall’altra parte della barricata rispetto a Pietro Grasso, l’ex magistrato amico di mille battaglie nell’Antimafia siciliana, schierato invece sul sì all’autorizzazione a procedere.

Le vicende politiche e umane dei due si erano intrecciate nel 2013, quando agli albori parlamentari del Movimento proprio Giarrusso, già incline all’arte del compromesso, si era speso nella mediazione con il Partito democratico per portare il magistrato sullo scranno più importante di Palazzo Madama. I gustosi retroscena di quanto avvenne alla vigilia del voto li ha rivelati Antonio Venturino, il primo grillino pentito della storia e ex vicepresidente dell’assemblea regionale siciliana, autore del libro «Misteri Buffi». Legami forti con il mondo democrat che adesso mette alla berlina, del resto Giarrusso li intrattiene frequentemente attraverso l’amico Giuseppe Lumia, ex parlamentare del Pd, al fianco del quale ha scalato i vertici della Fondazione Caponnetto.

Negli ultimi anni i due, all’interno di quel microcosmo, hanno intrecciato le strade poi sventurate di alcuni importanti discepoli dell’Antimafia siciliana caduti nella polvere delle inchieste giudiziarie. Invischiati negli scandali dai contorni importanti che trovano difficoltà a travalicare i confini dell’Isola. Come Antonello Montante e Silvana Saguto, capo di Confindustia siciliana il primo, ex presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo la seconda. Due paladini dell’Antimafia, della rete di associazioni antiracket e antipizzo, le cui sventure giudiziarie sono state magistralmente raccontate in una puntata di Report. La Procura di Caltanisetta da tre anni, e attraverso più filoni d’indagine, ha messo sotto la lente un sistema di potere «economicamente rilevante» che ha permeato «ogni attività dell’Antimafia grazie a una normativa che ne ha favorito l’ascesa e il consolidamento».

Una struttura che nell’isola ha controllato negli anni un giro d’affari di miliardi di euro attraverso gli amministratori giudiziari dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, rigorosamente affiliati all’Antimafia siciliana trasformata via via in una Holding. Un ruolo chiave lo giocavano Silvana Saguto, Antonello Montate, ma le indagini hanno sfiorato anche Ugo Forello, potente avvocato palermitano, amministratore giudiziario scelto da Saguto nel cui studio legale lavorava proprio il figlio del magistrato. Si candidò anche a sindaco della sua città nel 2017, sconfitto da Leoluca Orlando, successivamente la sua società per la riscossione, la Impa Spa, percorse centinaia di chilometri per partecipare alla gara d’appalto istruita dal Comune di Guidonia Montecelio lo scorso anno. Sfiorò anche l’aggiudicazione ma poi vinse la Tre Esse Italia.

Ma le strade del potente senatore percorrono quelle della terza città del Lazio attraverso i suoi uomini più rappresentativi. Davide Russo, già componente della sua segreteria parlamentare, come lui catanese di Bronte, declinazione locale delle istanze dell’Antimafia promosse tra convegni, iniziative e gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, è vicesindaco e assessore alla legalità del Comune, numero due di Michel Barbet. Inviato in città proprio su desiderio di Giarrusso, sulla scacchiera delle correnti interne trova il sostegno di una specifica componente consiliare che nell’opera del senatore trova pure ispirazione, composta dal capogruppo Giuliano Santoboni, da Claudio Caruso e Matteo Castorino. 

Per le vie dell’establishment che intorno a Mario Michele Giarrusso ha preso forma i questi anni, è passata anche la nomina, di natura sindacale, del segretario generale del Comune di Guidonia Montecelio Livia Lardo, avvenuta nel dicembre scorso.  Proveniente da Eboli e di fede grillina, la dottoressa aveva incrociato i destini del senatore per il tramite di un altro componente della sua segreteria parlamentare, individuato dalle cronache in un avvocato vicino al di lei fratello. Che il sistema di potere del «manettaro» ormai più famoso somigli sempre più a quello del mito Giulio, come lui «divo», pare più di una evidenza.

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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