MONTEROTONDO – Nella retorica, come nell’orgoglio stracittadino, Monterotondo è sempre citata come emblema delle giunte rosse. Dall’affermazione del sistema democratico nel nostro paese, il paese Monterotondo è rimasto un feudo filosovietico con uno sguardo a quell’Emilia cooperavistica e solidale. Questo negli anni Cinquanta e Sessanta. Ha carezzato e ha saputo inglobare a sé, normalizzandola, la contestazione arrivata negli anni Settanta. Gli anni Ottanta il modello pansovietico ha visto la piccola-grande Monterotondo resistere ai dickat del craxismo che predicava l’alternanza democratica per affermare in verità la continuità socialista. Ma di continuo c’erano sempre e solo loro: i comunisti del Pci.

Cade il Muro di Berlino, si ridiscute tutto. Si discute anche l’asse che ha sempre governato Monterotondo? Neanche per sogno. Si discute il nome da dare al partito che in definitiva è sempre lo stesso. La falce e martello un po’ più piccolina in basso, per non dimenticare, e poi si va avanti così.

Ma subito arriva il propellente della grande ondata berlusconiana che fa strame di quel che era stato e non è più: un mondo legato alle capacità direttive svolte dalla mano pubblica che dirigeva direttamente o indirettamente le sorti delle imprese nel nostro paese. L’ondata si afferma nel ’94. In Italia. Ma non a Monterotondo. C’è Re Carlo a determinare le sorti della civitade. Non c’è vicenda nell’area industriale oramai prospera che non sia mossa dalle articolazioni di un potere che coordinato dal Palazzo comunale si estende attraverso associazionismo vario fino a permeare la nascente piccola media impresa nata sulle opportunità create da forme di aiuto gestito dalla Regione Lazio che coordina i primi finanziamenti europei.

Ma tutto passa e viene coordinato dalle grandi spalle del palazzo comunale. Mai dimenticarlo!

C’è il grande scossone. La stagione degli arresti. Nuovo terremoto che scuote anche Monterotondo, sebbene cinque anni dopo la stagione che il resto d’Italia ha conosciuto con la famigerata denominazione Tangentopoli (siamo nel 1997). Il terremoto giudiziario, si ritiene, modificherà gli assetti a Monterotondo. Neanche a pensarlo!

Liste civiche – in perfetta continuità con lo stesso schema di controllo, verifica delle rispondenze a una visione organica al Palazzo ed eventuale distribuzione risorse – danno la sostituzione in cambio. Nel senso che alcuni giocatori nuovi entrano ma la maglia è sempre la stessa, quella della sinistra cooperativistica, consociativa e socialisteggiante.

Ma non può durare in eterno. C’è l’ondata dei Cinque Stelle! Gli spazzacorrotti fanno strame in ogni dove. In pochi anni in tutto il paese si attestano a un terzo dell’intero elettorato. Stavolta il paese di Monterotondo non può fare eccezione. E non la fa. Ma la logica è sempre la stessa. Anche qui cambiano i giocatori ma la maglia resta sempre la stessa.

Si dirà: “ma cosa volete? In fondo l’elettorato ha sempre votato così! Quale migliore dimostrazione di un buon governo che un governo che è sostanzialmente confermato ad ogni nuova occasione elettorale?”

Il problema è che la democrazia si sostanzia non solo con la possibilità di mandare al voto le persone. (Quello avviene anche nella repubblica di Putin). Avviene quando si dà materialmente ai cittadini la possibilità di cambiare e anche di imprimere una nuova logica al sistema di governo di un territorio. Non è necessario, infatti, essere capillari in ogni compagine sociale, controllare ogni istanza che arriva dal territorio grazie all’occhio attento della rete di associazionismo cittadino. Ciascuna di queste associazioni ha un riferimento al Comune e ciascuna esprime un consigliere di riferimento. Tutto perché si cambi sempre e solo in apparenza. In verità niente cambia mai, come gattopardescamente tramandato.

La fissità nelle leve di comando evidenzia sempre e comunque un difetto di democrazia. Il cambiamento attiene a una necessità presente in ogni corpo elettorale. Annullarlo di fatto significa cancellare la democrazia.

Angelo Nardi 

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua trentennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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