GUDONIA MONTECELIO – Una tangente di 50 mila euro relativa ad un appalto di 3 milioni; una di 90 mila euro (contestata) relativa ad altro appalto, il procuratore capo di Tivoli Francesco Menditto sembra fare riferimento ad un sistema di tangenti “istituzionalizzato” durante la conferenza stampa di questa mattina, arrivando ad ipotizzarne la percentuale, il 7 o l’8 per cento (dalle poche battute che scambia con il collega si capisce poco) che sistematicamente andava detratta dall’ammontare dell’appalto, a beneficio di quanti è ancora largamente da accertare. Ecco perché le indagini, espletate o ancora in itinere, vanno a ritroso nel tempo, mettono la lente su centinaia di appalti assegnati sotto soglia e in via diritta alle imprese probabilmente – è la tesi accusatoria – compiacenti.

In fondo è questo il sistema Guidonia illustrato da Menditto. Raccontato (ma solo in relazione agli arresti odierni) con l’utilizzo di supporti audiovisivi forniti dalla Guardia di Finanza, denominato “mafia bianca” o “ragnatela” di interessi, supportato dal clima di omertà di quanti, sentiti nei mesi scorsi dalla procura o dagli agenti della polizia giudiziaria su mandato della stessa procura, avevano – è stato scioccante sentirlo dalle parole del procuratore – anche solo paura di firmare i verbali delle dichiarazioni rese. Quindi, l’appello di Menditto: “Chi ha qualcosa da dire alla Procura lo faccia”, per dipanare la matassa, ricostruire dinamiche e metodi su circostanze remote e meno, argine per quei meccanismi che nella credenza collettiva ci sono stati, ci sono e sempre ci saranno.

La magistratura fa il suo lavoro come è normale in un paese normale, le indagini oggi hanno portato a 15 ordinanze di custodia cautelare (12 in carcere e 3 ai domiciliari), i fatti sono noti alla cronaca e non solo locale, ad interessare personalmente è tuttavia il contesto sociale e culturale in cui tali, gravissimi episodi sono maturati e quanto largo sia il loro raggio d’azione all’interno della comunità cittadina. Guidonia è una città del sud senza mare, ha detto qualcuno dove una ragnatela di legami tra più soggetti, con la complicità di una cortina di omertà generale, ha potuto rinsaldarsi. La omertà era intanto elemento presente all’interno dell’Ente (lo denuncia il procuratore nella relazione annuale sull’attività della procura). Un luogo dove i rapporti – la circostanza è nota – venivano modulati dai sentimenti di riconoscenza verso chi elargiva il piccolo favore, il posto di lavoro; non è mistero l’esito, ad esempio, dei numerosi concorsi pubblici che negli anni hanno premiato figli e mogli, nell’ordine, di politici, dipendenti comunali, sindacalisti. Tutti sapevano del sistema di potere piramidale che partiva dal segretario generale (sistematicamente presidente di commissione nei concorsi tenuti dall’ente fin dal 2008). Come in gioco di cerchi concentrici la cortina di omertà si allargava poi al sottobosco delle cooperative e delle associazioni, destinatarie in via diretta di impegni di spesa per lo svolgimento dei più disparati servizi, siamo nel cuore della cosiddetta società civile.

Sulla catena di montaggio dei favori, i passaggi vari portavano all’ultimo stadio del meccanismo, l’assistenza diretta che la politica, senza distinzione di colore, operava verso i cittadini attraverso il controllo degli uffici pubblici (spesso gestiti dai familiari) in cambio di consenso elettorale. Funzionava così. Almeno fino a ieri. Ecco allora che in un sistema tanto complesso e articolato, la omertà diventava funzione indispensabile alla preservazione ab libitum di un sistema per definizione collettivo, che riguarda, certo non nelle gravi forme dei collettori di tangenti ma almeno sul piano civile, indistintamente tutti.

E qui torna in mente L’Amaca, rubrica tenuta su La Repubblica da Michele Serra in una memorabile uscita all’indomani dell’arresto di Franco Fiorito, il Batman di Anagni. Scrive Serra … Questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. Lo abbiamo visto dietro il bancone di un bar. Alla guida di un autobus. Alla cassa di una pescheria. In coda all’ ufficio postale. È un normotipo popolare italiano. Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi. La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’ è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici a Franco Fiorito, per il semplice fatto che sono identici a Franco Fiorito anche adesso. Non si cambia un paese se non cambia il suo popolo, non migliora un paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni. Il mito della “democrazia diretta” non mi cattura perché non tiene conto di un micidiale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, eleggeranno in eterno Franco Fiorito…

Perché già qualcuno ha iniziato a individuare le mele marce nell’ingranaggio cui addossare ogni responsabilità, derubricando la “ragnatela” e la “mafia bianca” a un banale giro di mazzette come capita spesso in Italia. Gli ex amministratori sono colpevoli in via presuntiva dei reati loro contestati, la politica come sistema di gestione del potere no, a maggior ragione in prossimità delle elezioni comunali di giugno. Guidonia politicamente è all’anno zero, e parafrasando De Andrè … per quanto voi vi sentiate assolti, siete comunque coinvolti…

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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