Dopo lo stop del 7 febbraio scorso, il 23 torna il processo alla Mafia Bianca che si celebra presso il Tribunale di Tivoli. In aula è attesa la dirigente (ex Demanio) che parlò di vessazioni da parte della politica. È il principale teste della Procura a sostegno della tesi dell’associazione per delinquere 

 

PROCESSO alla Mafia Bianca. Il qui pro quo era cominciato per via della cattiva abitudine, tutta guidoniana, divenuta negli anni consuetudine, di ottenere dall’indirizzo, ovvero dall’organo di governo, il lascia passare sui provvedimenti di totale competenza del dirigente. In base a questa clausola non scritta, Paola Piseddu pretendeva una indicazione dalla Giunta. L’aveva messa anche in bella copia in apposita delibera. La volontà espressa dell’amministrazione, pensava, l’avrebbe condotta al riparo da critiche e altre brutte conseguenze. Il bando era, del resto, già tanto chiacchierato per via del conflitto d’interesse. Il legame di parentela con il principale dei collaboratori dell’imprenditore Bartolomeo Terranova. L’altra delle sorelle Piseddu, Alessandra,  è infatti da sempre incaricata delle soluzioni d’interni per gli appartamenti che il patron delle Terme costruisce e vende sul libero mercato. Proprio uno degli stabili di proprietà dell’imprenditore, sito in via Montelucci 9 a Guidonia, era finito al centro di una offerta pubblica del comune nella seconda metà del 2014, alla ricerca di uno stabile da destinare a sede degli uffici comunali. Fu così che in quell’estate Terranova avanzò requisiti e caratteristiche in una proposta, finita inevitabilmente sulla scrivania di Paola Piseddu, il dirigente al Demanio chiamato poi a decidere sulle possibili soluzioni da adottare.

Un vicenda finita nei fascicoli del processo alla Mafia Bianca in via di celebrazione presso il Tribunale di Tivoli dove Piseddu è teste dell’accusa. La procura intende provare che in quella circostanza l’architetto fu oggetto di pressioni e intimidazioni da parte della politica e dei vertici burocratici invischiati nel sistema, arrivando così dimostrare che all’interno del comune di Guidonia vi era una associazione per delinquere che con finalità illegali operava al solo scopo di condizionare le scelte dell’amministrazione. In questa chiave i pubblici ministeri hanno letto le dichiarazioni spontanee di Paola Piseddu contenute nel verbale del 23 giugno del 2015. Il secondo reso dal dirigente in appena 5 giorni. Davanti al maresciallo del primo gruppo della Guardia di Finanza di Roma Enrico Ricci, divenuto suo confidente, racconta cosa accadde “in relazione alla vicenda in oggetto”, ovvero nella travagliata questione del caso Terranova. E della lite furibonda (avvenuta il 6 giugno del 2015) con Marco Bertucci e Valentina Torresi, rispettivamente (in quel momento) consigliere comunale e assessore del settore Demanio, confluita prima in una segnalazione “riservata” al capo dell’anticorruzione comunale Marco Alia, successivamente nei verbali della Procura.

Ma ecco che racconta Piseddu agli investigatori quel 23 giugno. “Attualmente è in atto una procedura finalizzata al reperimento di un immobile adeguato alla ricollocazione degli uffici comunali. Io in qualità di dirigente dell’Area III, titolare degli uffici da spostare, sono stata incaricata dal sindaco Rubeis per avviare la procedura inerente. […] Tale ricerca è stata effettuata con la pubblicazione nello stesso mese di agosto del 2014 di un avviso pubblico al quale hanno aderito diversi soggetti proprietari di immobili, dopo che ho scremato le varie offerte giunte ho stilato un prospetto riassuntivo delle proposte compatibili con le esigenze degli uffici sia per dimensione che per il canone di locazione proposto”. A quel punto invece di procedere secondo i doveri d’ufficio alla aggiudicazione del bando al miglior offerente, dopo l’acquisizione del parere di congruità del Demanio comunale sul prezzo della locazione, Piseddu decide di interpellare la Giunta. Non produce una determina di affidamento ma una delibera di indirizzo politico (atto certamente non di competenza di un dirigente) che l’organismo di governo però si rifiuta di discutere a approvare. Per Piseddu la responsabilità è da attribuire a Bertucci e Torresi che le fanno notare la singolarità (oltre che la inopportunità) della procedura. La lite si consuma tra l’ufficio del sindaco e i corridoi del Palazzo, i toni salgono, le parole trascendono. Bertucci l’avrebbe minacciata di “sostituirla” a capo del settore. Racconterà Piseddu a verbale: “Il consigliere Bertucci mi affrontò in modo aggressivo, facendomi intendere che avrei dovuto individuare e comunicare alla Giunta il locatario, ovvero l’immobile da affittare. […] Dopo tale scontro ho provveduto a redigere una lettera diretta al sindaco dove stigmatizzavo l’episodio lamentando l’atteggiamento intimidatorio posto in essere nei miei confronti dal Bertucci”.  A comprova dell’atteggiamento a suo dire vessatorio, il dirigente allega a verbale la lettera indirizzata a Marco Alia nella quale sostiene di essersi sentita minata nelle sue prerogative, “la scrivente ritiene che la richiesta di rimozione formulata dal consigliere al cospetto del sindaco e dell’assessore […] possa configurare intimidazione nei confronti di un dirigente pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. Per quanto sopra si segnala l’accaduto […] e si chiede tutela al riguardo”.

Ma a complicare la vicenda, di per sé ingarbugliata, entra a gamba tesa anche Eligio Rubeis. Nel tentativo di dirimere i contrasti, all’indomani della litigata in corridoio, il sindaco va a trovare Piseddu in ufficio. Le dice che della delibera di giunta può fare a meno e che provvederà lui stesso con un atto sindacale di indirizzo a indicare al dirigente quali criteri adottare per l’affidamento del contratto di locazione (materializzando un’altra procedura anomala). Per sedare le animosità, tra il serio e il faceto, in un contesto confidenziale che deriva dalla lunga conoscenza tra i due, e secondo le modalità che Rubeis adotta un po’ a casaccio e che sono tipiche del personaggio, a proposito di un consigliere (di cui fa nome e cognome e che spetterà al processo rivelare)  il sindaco racconta che “di scemi ce ne sono tanti, so che a Lillo (Terranova ndg) ha chiesto il pizzo e pure a Bernardini”. Una accusa che il dirigente non prende a pettegolezzo, come è nello stile dell’uomo, bensì alla lettera. E che metterà a verbale davanti ai magistrati. Aspetti della indagine che troveranno spazio nella udienza del processo prevista per il prossimo 23 febbraio. Data attesa per l’escussione in aula di Paola Piseddu. Dopo che la sua testimonianza era slittata, lo scorso 7 febbraio, a causa di una sospensione dei lavori processuali per la malattia di uno dei giudici a latere. Si riparlerà dell’affaire Terranova, e del perché e per come, secondo Piseddu, i locali di “Lillo” vennero presi in locazione dal comune. Alla fine della fiera le cose andarono così.

Tutte le “segnalazioni”  provenienti dall’interno del comune finivano a verbale davanti agli investigatori. La storia del teste (S)alfa continua domani. Su questo blog

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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