GUIDONIA – Al momento è un bando fantasma. Nel senso che esiste solo negli indirizzi di una relazione dirigenziale del 31 gennaio 2020 che potrebbe essere corretta se non annullata in autotutela. L’appalto sulla gestione del ciclo dei rifiuti insomma non vede luce. Bando inesistente perché non ancora pubblicato e dunque efficace ai fini della procedura di affidamento. Nonostante il capitolato e il disciplinare siano nella disponibilità della Cuc (Centrale unica di committenza) della IX Comunità Montana dei Monti Tiburtini dal 17 febbraio. Questo almeno ha detto il sindaco, il pentastellato Michel Barbet, interrogato in aula consiliare. Si stratta della documentazione lavorata dagli uffici del settore Ambiente del Comune di Guidonia Montecelio e consegnata all’Ente convenzionato, individuato ossia dai 5Stelle per espletare e aggiudicare la gara. Undici milioni e 200mila euro i costi annui stimati nella relazione firmata Egidio Santamaria a copertura dei costi relativi al triennio 2020-2022, con la possibilità per il Comune di prorogare per altri due anni secondo la formula dell’affidamento quinquennale. Un investimento complessivo sul servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti domestici di circa 62milioni di euro. Si tratta dell’appalto più oneroso dell’Ente ma fermo al palo. Con la certezza, da giovedì 5 marzo, di uno slittamento dei tempi tecnici di aggiudicazione oltre i termini di scadenza dell’attuale appalto fissati al 31 maggio 2020. Il servizio principale di raccolta porta a porta andrà quindi in proroga a Tekneko, la società avezzanese che nel 2015 si era aggiudicata la gara quinquennale. A cascata le proroghe interesseranno la miriade di imprese che gestiscono lo smaltimento nei siti autorizzati: Fitals Srl; Gino Porcarelli & co Srl; Demetra Srl, tutte legate al Cartello del munnezzari laziali, Manlio Cerroni, Vittorio Ugolini e Angelo Deodati, che nella catena di Sant’Antonio mantenuta dal Comune operano da anni in regime di proroga contrattuale.

Ombre dal passato sugli appalti della munnezza

La proroga è istituto straordinario consentito solo nei casi strettamente previsti dalla legge ma a Guidonia è diventa la norma. Ancora con i 5Stelle nella gestione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani dove resta alta l’attenzione della magistratura, nella terza città del Lazio come nel resto della regione. Settore delicato. Non a caso, gli ultimi inviti a vigilare sul nuovo appalto (per ora fantasma) sono arrivati dalla Fondazione Antonino Caponnetto, che nel 2013 aveva acceso un focus proprio sulle attività dei munnezzari. Per l’effetto di un esposto dell’associazione presentato in Procura su fatti del Comune di Gaeta, la Direzione distrettuale antimafia di Roma, coordinata dalla Procura della Capitale, aveva «attenzionato» una serie di attività confluite in più filoni d’indagine: uno riguardava proprio Guidonia Montecelio. In oltre 1300 pagine di informativa consegnata a ottobre del 2015 al procuratore Paolo Ielo, i Carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico), tracciavano i rapporti tra le aziende riconducibili alla famiglia Deodati e gli amministratori locali (di maggioranza e opposizione), durante il periodo a cavallo tra il secondo semestre del 2014 e il primo del 2015. Sotto la lente, le proroghe concesse alle società riconducibili ai Deodati. Padre, figlio e nipote ri-subentrati nel servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti a partire dal 2013, dopo la cacciata di Aimeri Ambiente Spa per inadempienze contrattuali. Per gli investigatori erano «favori» ai politici concessi in cambio di dazioni di denaro  e assunzioni presso le aziende di famiglia: la Ipi Srl e la Ecocar Srl, quest’ultima già raggiunta da due interdittive antimafia, a dicembre 2014, rispettivamente dei prefetti di Roma e Latina. Una attività di indagine chiusa a ottobre 2015 con la richiesta di arresto per i 5 indagati nel filone guidoniano (tre centrodestra uno del Pd e il dirigente, oggi tutti fuori dalle istituzioni) con l’accusa di corruzione e l’aggravante di avere agito in concorso con altri 56 tra amministratori, imprenditori, prestanome, intermediari. All’interno di uno schema accusatorio in cui i Deodati erano il comune denominatore a legare le attività malavitose tra i comuni di Caserta e Marcianise (Campania); Gaeta e Minturno (Latina); Nettuno, Anzio e Guidonia Montecelio (Roma). In due diversi momenti, tra ottobre e dicembre del 2016, la Procura di Roma chiese le misure cautelari con l’applicazione dell’articolo 7 (l’aggravante dell’associazione mafiosa): respinte del giudice per le indagini preliminari perché non sussistevano i presupposti per l’adozione di provvedimenti così gravi. Nonostante i legami provati nell’ambito della stessa indagine tra le società dei Deodati e ambienti della malavita organizzata del clan Bidognetti nelle zone di Marcianise e Caserta. Per decisione della Direzione distrettuale antimafia, il provvedimento del Gip del Tribunale di Roma non fu appellato al Tribunale del riesame e i fascicoli relativi ai 3 filoni d’indagine, trasferiti alle Procure territoriali competenti, tra cui Tivoli. Che su fatti immediatamente successivi a quelli oggetto di indagine della Dda, nel 2016 aveva avviato anche una propria attività investigativa svolta dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’Operazione Ragnatela che portò agli arresti dell’aprile del 2017. Un approfondimento dettagliato dell’indagine della Dda, sconosciuta all’opinione pubblica, sarà oggetto di un Instant Book  dal titolo ancora incerto al quale chi scrive lavora da un po’ di giorni. Al di la delle responsabilità penali di ciascuno legate al lavoro dei magistrati, l’obiettivo è di scattare una fotografia al contesto sociopolitico in cui quei fatti sono maturati e che hanno riguardato personaggi pubblici.

La genesi della «Mafia Bianca»?

Proprio l’ imponente attività d’indagine, contenuta nel tomo di 1300 pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali della Direzione distrettuale antimafia, ha alzato il velo sul «Mondo di Mezzo» che operava a Guidonia Montecelio, città a un certo punto finita «al centro di interessi malavitosi» per quanto riguarda la gestione del ciclo dei rifiuti. Quei fatti sono il precedente che ha bollato Guidonia come a rischio d’infiltrazione della criminalità organizzata. Annoverandola nella black list delle città da associare alla parola mafia. Eppure, in questo quadro pieno di ombre, sotto l’indirizzo dei 5Stelle, la strada delle proroghe sistematicamente concesse sugli appalti di smaltimento degli Rsu non è stata abbandonata. Inoltre, per una serie di ragioni tutt’altro che trasparenti, i pentastellati hanno prodotto il risultato di rallentare i tempi del nuovo appalto globale che avrebbe previsto l’aggiudicazione dei servizi di raccolta, trasporto e smaltimento ad un unico operatore. Hanno allontanato l’assessore all’Ambiente (dimissionaria) Manuela Bergamo, la cui divisa da maresciallo dei Carabinieri Forestali avrebbe forse rappresentato un deterrente per malintenzionati e corruttori che tentano di annidarsi con immutata efficacia nelle procedure ad evidenza pubblica. Le news di corridoio dicono che la pubblicazione degli atti di gara è slittata (forse) al mese di aprile e non c’entra l’emergenza coronavirus. È notizia di ieri la integrazione alla relazione dirigenziale del 31 gennaio. Adesso  manca un Rup (Responsabile unico del provvedimento) che la Cuc deve cercare sul Mepa (Mercato elettronico della pubblica amministrazione). Che succede dalle parti della Munnezza a Guidonia? La domanda l’ha posta con toni di assoluta gravità Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto. La risposta del sindaco è stata formale e lacunosa anche sulle dimissioni dell’assessore avvenute un mese fa. La delega non è stata ancora riassegnata, resta saldamente nelle mani di Barbet.

 

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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