L’EFFETTO domino fa paura al Pd nelle regioni come il Lazio governate con le minoranze consiliari e in quelle, l’Emilia Romagna più della Calabria, che andranno al voto il 26 gennaio 2020. Il mal d’Umbria è la malattia della sinistra nella sua fase acuta, manifestata al risultato tangibile di una sconfitta storica prima che politica, vissuta ora con la paura della riacutizzazione in Emilia Romagna. Dove la stessa struttura dell’apparato democrat rischia di sciogliersi come neve al sole. Anche il governo del Lazio è nella fase critica. Ostaggio delle maggioranze mutevoli per via dei numeri risicati, dei patti d’aula, dei ricatti e degli umori di volta in volta espressi dai consiglieri su personalissime motivazioni. È la fotografia del  Partito democratico attuale che nelle regioni, come negli enti locali, vive ormai e da tempo l’unica forma politica di una rete di potere aggrappata alle istituzioni. Quella degli apparati disposti a tutto pur di rimanere nelle aree di influenza da cui la stessa sopravvivenza del partito dipende. Questo hanno tentato di fare in Umbria i notabili negli ultimi venti giorni di campagna elettorale, anche a costo di una alleanza contro natura (politica) coi 5Stelle rivelatasi disastrosa nelle prospettive prima e nei risultati dopo. Scelte fatte a tavolino senza critica o analisi degli accadimenti territoriali che pure, anno dopo anno, raccontavano le  sconfitte di Perugia e Terni, Spoleto e Montefalco, Todi e Amelia. Qualche domanda avremmo dovuto farvela… dicono i delusi dalle urne a caldo. Invece di stare dietro all’inarrivabile Salvini (elettoralmente) forse sarebbe stato utile. I risultati delle elezioni umbre sono noti: il centrodestra a trazione leghista doppia gli avversari nelle urne, fino a ridurli numericamente a spettatori nel nuovo consiglio che sarà.

Ma ora che l’alleanza con il movimento di Grillo si è rivelata non solo sbagliata ma deleteria come l’anemia perniciosa, che farà il segretario Nicola Zingaretti? Dalla sua riflessione dipendono il futuro prossimo del partito e della Regione Lazio, dove Zingaretti è impantanato nelle beghe pratiche di una presidenza a mezzo servizio. Nei panni di segretario, da lui dipendono le prospettive per l’Emilia Romagna dove senza una iniezione salvavita il paziente cardiopatico è destinato alla morte. Nella consapevole evidenza però, che con la portata attuale della trazione leghista, un ripensamento della intesa con gli stellati potrebbe determinare una sconfitta certa già in partenza. Nè da qui al 26 gennaio ci sono i tempi per avviare quella lunga strada di ricostruzione dell’identità politica del centrosinistra per riuscire a vincere.

Zingaretti deve decidere dunque che fare e in fretta. Il Lazio sembra essere diventata la zavorra che gli toglie la serenità di giudizio nelle scelte generali che riguardano il partito. Matteo Renzi sta facendo campagna acquisti tra i banchi della Pisana, pronto a giocarsi il ruolo di spina nel fianco della eventuale rinnovata (e più solida ?) maggioranza. Poi c’è c’è l’alleanza incompiuta con la metà dei 5Stelle di Roberta Lombardi, da mesi in via di risoluzione tra pretese di assessorati e le poltrone più importanti dell’aula. Renzi e i grillini restano però legati dal denominatore comune dell’inaffidabilità, ed è anche questo un elemento da tenere nella giusta considerazione. In altri consessi istituzionali hanno già dimostrato di non essere credibili, qualità che invece gli elettori chiedono alla politica in questa particolare congiuntura storica. Un bel grattacapo per il segretario presidente. Comunque vada le scelte di oggi condizioneranno il domani in Emilia Romagna, nel Lazio e nel Paese,  e non è escluso che a qualcuno venga la tentazione di staccare al spina al governo e alla stessa Regione Lazio.

AUTORE: Elisabetta Aniballi

Blogger e Giornalista professionista. Nella sua venticinquennale carriera ha maturato esperienze prevalentemente nella carta stampata senza mai nascondere l'amore per la radio, si occupa inoltre di comunicazione politica e istituzionale.

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